Possibile Falla di sicurezza nella gestione di un Router

28/03/2010

Creato da Russo (LordTzeentch) Alessandro per Mentedigitale.org
Concesso a “Il Connettivista” – 28/03/2010

Vorrei spiegarvi una cosa interessante, su come si potrebbe attaccare un router configurato per riconoscere un pc tramite indirizzo MAC (indirizzo di rete), e capire come potersi difendere da tali attacchi. Ma prima voglio fare una breve (si fa per dire) premessa sugli indirizzi MAC.
L’acronimo MAC, significa Media Access Control e viene utilizzato per l’accesso al mezzo fisico dal livello datalink secondo lo standard ISO/OSI.
Come a tutti è noto, ogni scheda di rete in commercio ha assegnato un identificativo univoco ad ogni scheda di rete ethernet prodotta al mondo, denominato ‘MAC Address’ (Indirizzo MAC).
L’indirizzo MAC si può trovare in qualsiasi interfaccia, sia Ethernet che Wi-Fi, pertanto viene chiamato anche indirizzo fisico, indirizzo ethernet o indirizzo LAN.
L’indirizzo MAC ha una lunghezza pari a 48 bit, pari a 6 byte (12 numeri in esadecimale).
L’indirizzo MAC, in pratica, rappresenta un nome per un particolare dispositivo di rete:
per esempio, avendo due schede di rete in due diversi computer, avranno due diversi nomi (e quindi diversi indirizzi MAC), così come avranno nomi diversi una scheda Ethernet ed una scheda wireless posizionate nel medesimo computer.
Nel modello ISO/OSI, che è uno standard definito nel 1978 che definisce una pila di protocolli di comunicazione, distribuiti in sette livelli, l’indirizzo MAC viene inserito tra i protocolli di rete che operano al livello 2;
la maggior parte dei protocolli di livello 2 usa uno dei tre spazi di numerazione regolati dall’IEEE: MAC-48, EUI-48, e EUI-64. Nelle reti di oggi, l’indirizzo MAC viene convertito in un indirizzo di protocollo di livello 3, il conosciuto indirizzo IP.
Nei sette Livelli del modello ISO/OSI troviamo il primo livello, che è quello ‘fisico’, mentre il settimo, quello più ‘in alto’, è quello ’applicativo’,
Il compito della conversione dagli indirizzi di livello 3 come l’Internet Protocol agli indirizzi MAC di livello 2 è comunemente demandato all’ARP.
Nelle reti broadcast come l’Ethernet, il MAC address permette di identificare univocamente ciascun host e permette di contrassegnare i frame come destinati a specifici host. Esso costituisce perciò, all’interno del Livello datalink, la base su cui poggiano i protocolli superiori del modello OSI.
In origine, l’indirizzo MAC (adesso chiamato ufficialmente MAC-48), era chiamato Indirizzo MAC IEEE 802, quindi l’attuale MAC-48 deriva dalla specifica dell’Ethernet, in quanto, chi progettò inizialmente l’Ethernet, ebbe la previdenza di utilizzare uno spazio per gli indirizzi di 48 bit, quindi oggi è possibile disporre di ben 248 possibili indirizzi MAC, il che non è poco, considerando che i 48 bit sono suddivisi in 12 cifre esadecimali, un esempio di indirizzo MAC può essere 4C-6F-72-64-54-7A, quindi, 248 indirizzi MAC, sarebbero 281.474.976.710.656 combinazioni, quindi altrettante schede ethernet, un numero che è praticamente impossibile raggiungere prima che le schede ethernet cambino standard.
Vediamo in dettaglio che cosa sono quei numeri:
le prime 6 cifre individuano il produttore dell’interfaccia di rete, mentre le successive corrispondono al numero di serie della scheda stessa.
L’indirizzo MAC si scrive normalmente in 6 ottetti separati da un trattino, come abbiamo visto nel precedente esempio (4C-6F-72-64-54-7A) ed i primi 3 ottetti sono detti OUI (Organizationally Unique Identifier).
Questo tipo di indirizzi, solitamente, si preferisce identificarli in esadecimale per differenziarli dagli indirizzi IP che usano la notazione decimale.
Ogni scheda ha, quindi, un indirizzo unico perché i primi 24 bit sono identificativi della casa produttrice e i successivi della scheda.
In questo modo ogni casa produttrice ha a disposizione 224 indirizzi, quindi può produrre più di 16 milioni di schede;
se un produttore ne produce meno, gli indirizzi (a 48 bit) non assegnati vengono persi, non potendo essere utilizzati da altri costruttori.
Quindi, si comprende facilmente, come l’indirizzo MAC non cambi se si sposta una scheda di rete da una LAN ad un’altra, a differenza dell’indirizzo IP, che invece può cambiare nel caso che venga assegnato dal DHCP.
Bene, adesso, dopo aver scritto un mezzo romanzo sulle schede Ethernet, volevo farvi notare, come un computer, connesso ad un router, sia tramite cavi di rete, che con Wi-Fi, venga riconosciuto dal router, che è stato configurato per gestire l’indirizzo MAC, e come il router possa essere attaccato, facendogli credere che la connessione avvenga dal computer dell’amministratore…
In poche e semplici parole, supponiamo di conoscere o poter reperire l’indirizzo MAC della macchina administrator, (che non sto qui a spiegarvi come si fa perché esula dal contesto dell’articolo) possiamo modificare l’indirizzo MAC della nostra scheda Ethernet in modo che il router, dopo la nostra connessione, possa riconoscere la nostra macchina come macchina con permessi privilegiati, assegnare l’ip corretto tramite il DHCP e quindi darci accesso alla rete o a Internet!
In realtà, dopo la connessione ad un router, avendo un MAC Address uguale per entrambe le macchine, e supponendo che le politiche di gestione MAC del router, abbiano qualche falla, in quanto, generalmente i router non gestiscono i doppi MAC o l’amministratore non fa caso ad una possibilità di avere un doppio MAC Address, appunto per l’improbabilità di trovarne due uguali, la macchina che è già connessa al router, “cade”, cedendo la rete alla macchina che ha causato il conflitto di indirizzo MAC sulla macchina connessa in precedenza…
L’operazione su linux è possibile tramite il comando ifconfig …
praticamente il comando si utilizza nel seguente modo:

sudo ifconfig hw

es. sudo ifconfig eth0 hw ether 4C:6F:72:64:54:7A
MAC che si vuole assegnare con forma XX:XX:XX:XX:XX:XX
dove è eth0, è ether ed è l’indirizzo

oppure utilizzando un software: GNU MAC Changer (se cercate su google trovate altre informazioni su tale software)

su Windows XP, invece, si può cambiare MAC Address, ricercando e modificando una chiave nel registro di sistema, che comunque non si trova sempre nello stesso posto, per ovvie ragioni. per essere però sicuri di cambiare il MAC Address possiamo farlo tramite software, in questo caso, servendosi di una semplice utility freeware chiamata Macshift, basata su riga di comando. (http://devices.natetrue.com/macshift/macshift.zip)

Spero di non essere stato troppo noioso e di aver spiegato abbastanza bene il concetto sulla sicurezza…

che non è mai troppa :P

Windows 7 su Chiavetta USB avviabile

11/03/2010
Chiavetta USBCreato da LordTzeentch per MenteDigitale.org
Concesso a “Il Connettivista” – 11/03/10

Come rendere una chiavetta USB avviabile per poter ospitare il sistema operativo Windows 7 e quindi installarlo su un netbook o su un computer che permette il boot da USB

Premessa.
Oramai, i netbook stanno prendendo piede, avere un computer di dimensioni ridotte, a poco prezzo e con la possibilità di sfruttare appieno le potenzialità della rete, è quasi divenuto una “moda”, se non una necessità, quindi perché non scrivere una bella guida su come si installa il nuovo Sistema Operativo della Microsoft, Windows 7, e introdurre anche alcune informazioni interessanti sulle chiavette USB e sui file system?

Comincio col dare una semplice informazione, le chiavette USB sono formattate con il file system FAT.
Visto che a me non piace spiattellare le informazioni così su una guida, introduco varie informazioni utili per capire come funzionano i file system.

informazioni tecniche su FAT
FAT, acronimo di File Allocation Table, è un file system sviluppato inizialmente da Bill Gates e Marc McDonald. È il file system primario per diversi sistemi operativi DOS e Microsoft Windows fino alla versione Windows ME.
Windows NT e le successive versioni hanno introdotto l’NTFS e mantenuto la compatibilità con la FAT così come molti altri sistemi operativi moderni (Unix, Linux, Mac, ecc.).
La FAT è relativamente semplice ed è supportata da moltissimi sistemi operativi. Queste caratteristiche la rendono adatta ad esempio per i Floppy Disk, le Chiavette USB e le Memory Stick, come ad esempio le SD.
Può anche essere utilizzata per condividere dati tra due sistemi operativi diversi.
Il più grande problema del file system FAT è la frammentazione. Quando i file vengono eliminati, creati o spostati, le loro varie parti si disperdono sull’unità, rallentandone progressivamente la lettura e la scrittura. Una soluzione a questo inconveniente è la deframmentazione, un processo che riordina i file sull’unità. Questa può durare anche diverse ore e deve essere eseguita regolarmente per mantenere le prestazioni dell’unità.
Esistono varie versioni di questo file system, in base a quanti bit sono allocati per numerare i cluster del disco: FAT12, FAT16, FAT32.
Il VFAT è una versione del FAT16, ma virtuale cioè non registrato fisicamente sull’hard disk, ma gestito da un software specifico.

chiavette USB
la diffusione di questa tipologia di dispositivi è stato determinato dal supporto diretto offerto da Windows XP, che ha spinto fette sempre più ampie d’utenza all’utilizzo. Oramai anche i prezzi sono diventati davvero irrisori.
Una chiave USB, o penna USB, o pendrive, è una memoria di massa portatile di dimensioni molto contenute (qualche centimetro in lunghezza e intorno al centimetro in larghezza) che si collega al computer mediante la comune porta USB.
Nella chiave USB i dati sono memorizzati in una memoria flash, tipicamente di tipo NAND, contenuta al suo interno. Attualmente la capacità di memoria delle chiavi USB va da 1 Gigabyte in su. La capacità è limitata unicamente dalla densità delle memorie flash impiegate, con il costo per megabyte che aumenta rapidamente per alte capacità.

Funzionamento (Fonte: Wikipedia)
Il protocollo per il trasferimento dei dati dal computer alla chiavetta, e viceversa, è un protocollo standard denominato USB Mass Storage-protocol. Tale standardizzazione ha incoraggiato l’inclusione dei driver di supporto e di inclusione nel file system locale da parte dei produttori di sistemi operativi quali Windows, Mac OS X e Linux.
Inizialmente la velocità di lettura/scrittura della memoria flash contenuta nella chiavette era molto bassa, “frenata” proprio dalla ridotta banda passante dell’interfaccia USB, che nella sua versione originale, la 1.1, è di 12 Mbit/s. Recentemente invece quasi tutte le chiavette di nuova costruzione utilizzano la più veloce versione 2.0, perfettamente retro-compatibile con la versione 1.1, e dotata di una banda passante di 480 Mbit/s.
È da precisare però che la velocità di scrittura non dipende solo dall’interfaccia utilizzata, ma anche dal tipo di memoria flash utilizzata, e dalla eventuale presenza di microchip dedicati all’interno della chiavetta stessa. Esistono a questo proposito in commercio alcune chiavette che contengono un piccolo microprocessore dedicato ad ottimizzare il processo di lettura/scrittura sulla memoria flash.
Ovviamente la maggiore complessità di queste soluzioni relegano per il momento questi “bolidi” ad un mercato professionale di fascia alta con esigenze specifiche.
Grazie alle dimensioni ridotte, all’assenza di meccanismi mobili (al contrario degli hard disk comuni) che lo rende molto resistente, alle sempre crescenti dimensioni della memoria e alla sua interoperabilità la chiavetta si sta configurando, accanto ai CD e ai DVD come unità preferita da un crescente numero di consumatori per il trasporto fisico di dati. Si tenga inoltre in considerazione il fatto che il numero di scritture che una memoria flash può supportare non è illimitato, seppur molto alto (oltre 100.000 cicli di scrittura).

Pro e contro
Nello scaricamento e caricamento di dati la chiavetta USB è il supporto con il minore ingombro (sta in tasca) più veloce: supera in velocità di lettura e scrittura i CD-ROM e DVD-ROM, ma è più lento delle componenti interne del computer (memoria cache, RAM e Hard Disk).
Attualmente (al momento in cui scrivo) sono in commercio chiavette USB da 64 GB e ne sono state testate altre da 128 GB.
Altro vantaggio è la sua versatilità, tutti i sistemi operativi moderni infatti non richiedono l’installazione di driver per riconoscere le chiavi USB.
Un aspetto negativo è il fatto che dopo un lungo periodo di utilizzo, la memoria presente nella chiavetta potrebbe perdere dati. Questo dipende dalla specifica memoria e dal suo grado di data retention. In questo caso basta formattare la chiavetta per riavere l’affidabilità originaria.
Un’altro aspetto negativo, non di poca considerazione, è che, il file system FAT gestisce dischi di dimensioni massime di 4Gb, quindi se ho una chiavetta USB che supera questa grandezza? Lo spiego dopo

Il file System NTFS (Fonte: Wikipedia)
NTFS (acronimo per New Technology File System), file system dei sistemi operativi basati su kernel NT.
Questo file system nasce negli anni novanta, quando Microsoft abbandonò lo sviluppo congiunto con IBM del sistema operativo OS/2 e decise di sviluppare in proprio Windows NT (che significa New Technology). Proprio per questo alcuni degli aspetti presenti nel file system HPFS di OS/2 sono presenti anche in NTFS.

NTFS è un notevole passo avanti rispetto a FAT, l’altro file system di Microsoft. Queste le sue principali caratteristiche:
Affidabilità – NTFS è un sistema transazionale (o “Journaled” come si dice nei sistemi operativi Apple come Mac OS X); questo vuol dire che se un’operazione è interrotta a metà (ad esempio per un blackout) viene persa solo quell’operazione ma non è compromessa l’integrità del file system il quale resta comunque leggibile dal computer.
Permessi e Controllo d’Accesso – a ciascun file o cartella è possibile assegnare dei diritti di accesso (lettura, scrittura, modifica, cancellazione e altri).
Nomi lunghi e Unicode – i nomi dei file e delle cartelle possono essere lunghi fino a 255 caratteri e possono contenere caratteri di tutte le lingue del mondo grazie alla codifica Unicode.
Dimensioni e Flessibilità – La dimensione dei volumi e il massimo numero di file sono praticamente illimitati; la dimensione del volume può raggiungere al massimo i 256 Terabytes(248 clusters – 1), il numero limite di file è invece di circa 4,3 miliardi (232 – 1). La dimensione massima di un singolo file è di 16 Terabytes, contro i 4 GigaBytes di FAT e FAT32. Sono supportati nativamente i volumi sparsi e il mirroring. Sono finalmente disponibili gli hardlink.
La performance di NTFS è nettamente superiore a quella di FAT e di FAT32. A partire da Windows 2000, è inoltre possibile montare un volume NTFS come sottodirectory di un altro volume NTFS.
NTFS permette inoltre di utilizzare in modo trasparente delle opzioni di compressione (la compressione è mediocre, meno di ZIP, ma permette l’accesso immediato a qualunque punto del file) e di crittografia (chiamato anche EFS).
In NTFS sono stati aggiunti i cosiddetti punti di reparse, ovvero dei meccanismi che consentono le giunzioni (junctions) tra directory, altrimenti impossibili per la struttura del file system.

Struttura
NTFS sfrutta un’indicizzazione a 64 bit, sebbene la sua implementazione sia basata soltanto su 32 bit.
La struttura principale di un file system NTFS è la Master File Table (MFT), una tabella strutturata in blocchi (solitamente in record di 1KB) che contiene gli attributi di tutti i file del volume, inclusi i meta-dati. Tali attributi possono essere attributi residenti quando sono presenti in MFT, oppure, se non memorizzabili a causa del poco spazio, vengono salvati in qualche altra posizione del file system e prendono il nome di attributi non residenti.
Le directory sono memorizzate come file: in ogni file-directory sono presenti degli attributi speciali, memorizzati in ordine lessicografico, che si riferiscono ai file contenuti in tale directory.
I dati veri e propri dei file sono memorizzati in flussi puntati da appositi attributi Data.

Possibili inconvenienti
Il più grosso inconveniente di NTFS è che è più complesso da amministrare di FAT e di FAT32. Gli utenti dei sistemi operativi Microsoft infatti erano abituati a poter accedere alle partizioni FAT anche con un semplice dischetto di boot DOS. Questa in realtà non è una vera limitazione di NTFS, quanto piuttosto il risultato del fatto che NTFS è un file system più moderno, completo e complesso. Il vero limite, invece, è legato al fatto che Microsoft non ha reso pubbliche le specifiche di NTFS, e quindi NTFS è un file system, di fatto, chiuso e proprietario. Anche per questo, nonostante le sue qualità, non ha conosciuto fortuna al di fuori dei sistemi operativi Microsoft.
Ci sono tuttavia stati progetti di reverse engineering che hanno mirato a rendere accessibili le partizioni NTFS anche da altri sistemi operativi.
Quindi se formattiamo un dispositivo USB con NTFS vedremmo calare un po’ le prestazioni del dispositivo stesso, nel senso che lo scambio di dati avviene un po’ più lentamente, ma a confronto ai benefici che questo file system porta, la velocità è un parametro trascurabile.

Curiosità
Se inseriamo una chiavetta USB in un connettore USB del PC, il Windows XP (O successivi), riconoscono il dispositivo installandone i driver, rendendo di fatto il dispositivo immediatamente utilizzabile.
Il sistema operativo imposta la cache di scrittura delle chiavette USB in modo da essere ottimizzata per la rimozione rapida, cioè, questa ottimizzazione disabilita la cache di scrittura su disco e in windows, in modo da consentire la disconnessione della periferica senza l’utilizzo dell’icona Rimozione sicura.
Se andiamo nell’utilità di formattazione della chiavetta USB, solitamente, nel combo box vicino l’etichetta “file system” possiamo notare come esista solamente una voce… “FAT”, quindi formattando la chiavetta USB applicheremo i criteri di formattazione per un file system FAT, ma se vorremmo formattare in NTFS???
SEMPLICE!
dovreste andare in gestione periferiche, passando attraverso la finestra delle proprietà del sistema.
Più specificatamente procediamo nel seguente modo:

tenere premuti i tasti Tasto Windows + Tasto Pausa Interr , si apre la finestra delle proprietà del sistema, andiamo sulla linguetta Hardware e premiamo sul pulsante “Gestione periferiche” aperta la finestra della gestione periferiche, individuare la voce “Unità disco”, premere sul + a sinistra della voce stessa, si apre la lista dei dischi che si trovano sul computer, individuare la dicitura della propria chiavetta USB e cliccare con il pulsante destro su di essa, comparso il menù contestuale cliccare su proprietà, nella finestra delle proprietà della chiavetta andare nella linguetta “Criteri”, da li spuntare l’opzione “Ottimizza prestazioni”, premere su ok e chiudere le altre finestre aperte in precedenza.

A questo punto andiamo a formattare la nostra chiavetta, adesso nelle opzioni di file system notiamo due voci “NTFS” e “FAT32″, noi scegliamo NTFS, Formattiamo.

Adesso la chiavetta USB è pronta per essere resa avviabile.
Questo metodo, di fatto, serve anche a formattare chiavette USB di dimensioni superiori ai 4GB, non che le chiavette di dimensione superiore non siano formattate, ma ho notato un inconveniente, almeno con quelle da 16GB, e cioè, il fatto di essere formattate con FAT32, implica la possibilità di utilizzare, come dicevo nei pro e i contro di FAT, dati fino a 4GB, nel senso, che se noi copiamo dati da un supporto verso la chiavetta vedremo che tali dati vengono scritti tutti senza nessun problema, fino alla massima capienza del supporto USB. E allora quale sarebbe il problema?
Il problema riscontrato personalmente è al momento di riversare i dati dal dispositivo USB verso altri supporti, compresi gli Hard Disk. Al momento di copiare i dati salvati in precedenza nella nostra chiavetta USB, arrivati ad una copia di dati pari a 4GB si verifica un errore di lettura, o meglio di I/O che blocca il processo di copia.
Quindi formattando la chiavetta in NTFS si risolve del tutto tale problema fastidiosissimo!

Inserire l’installazione del Windows 7 nella chiavetta
In molti siti viene spiegata una procedura particolare per rendere avviabile il dispositivo USB, tale procedura l’ho provata personalmente ed è la seguente (ma comunque non è la migliore e non è detto che il risultato finale sia quello previsto):

si procede montando l’immagine ISO del sistema operativo in un drive virtuale
(con qualsiasi applicazione che ne possa creare uno, io preferisco daemon tools lite)
dopo aver montato la ISO di Windows 7
andate su Start > esegui
digitate cmd e premete invio, adesso siete nel prompt dei comandi
digitate la lettera del vostro drive virtuale, quello dove avete montato l’immagine ISO, ad esempio se l’immagine è montata su D, digitare:

D:  Invio

siete dentro il drive virtuale

a questo punto dovete cambiare directory (o cartella :P ) quindi procedete digitando

cd boot  Invio

siete nella directory “boot”, quindi visualizzando il contenuto vi trovate alcuni file, tra questi, c’è il file eseguibile Bootsect.exe.

Utilizzando il comando dir vedrete i file e le eventuali cartelle che sono dentro la directory boot

cioè digitate    dir   Invio

Ricordando che K per me è la chiavetta USB

digitate il seguente comando:

bootsect /nt60 K:   Invio

a questo punto vi apparirà un messaggio simile al seguente:

Target volumes will be updated with BOOTMGR compatible bootcode.
K: (\\?\Volume{eefe109b-a1ce-11de-aef4-000fea08e7bd})
Successfully updated NTFS filesystem bootcode.
Bootcode was successfully updated on all targeted volumes.

ok, fatto, copiate il contenuto del drive virtuale (quello con l’immagine windows 7) nella chiavetta USB!!!

Però spesso la chiavetta risultante non è affatto avviabile, e in rare occasioni si ha un errore quando si impartisce il comando Bootsect.

Quindi ho cercato un metodo che possa risultare facile e sicuro.

Dopo qualche tempo di ricerche mi sono imbattuto in un software che assolve eccellentemente a questo compito, addirittura oltre a rendere la chiavetta USB avviabile, mette dentro essa anche l’installazione del sistema operativo, prendendolo direttamente dall’immagine ISO.

Il software in questione è 1UltraISO

Screen UltraISO

Screen Shot UltraISO

Premere per ingrandire

Come Utilizzare UltraISO

una volta aperto il software ci ritroviamo davanti ad un’interfaccia ben progettata, semplice ed intuitiva.

Cominciamo con la spiegazione della procedura che renderà la nostra Chiavetta avviabile.

1) Prima di tutto dobbiamo caricare l’immagine ISO che contiene il nostro sistema operativo.

Andiamo su File, nel menu in alto, e clicchiamo sulla voce Apri, Sfogliamo le cartelle del nostro HD cercando la posizione della nostra immagine ISO contenente il Sistema Operativo che vogliamo installare.

Una volta individuato, clicchiamoci sopra e premiamo sul pulsante Apri.

Abbiamo quindi aperto l’immagine ISO del nostro sistema operativo, e reso il contenuto disponibile ad UltraISO.

2) Procediamo indicando al Software su quale dispositivo vogliamo copiare il contenuto dell’immagine ISO, andando nel riquadro in basso a sinistra di UltraISO.

Questo riquadro contiene tutti i drive o unità che sono collegate al nostro computer, quindi clicchiamo sulla lettera del nostro Dispositivo USB selezionandolo.

A questo punto non rimane che cominciare la copia del contenuto dell’immagine ISO nella nostra chiavetta USB rendendola avviabile.

3) Si procede andando su “AVVIO” nel menu in alto, scegliendo poi la voce ”SCRIVI FILE IMMAGINE DISCO”

nella finestra che si apre non dobbiamo fare altro che premere il pulsante SCRIVI che si trova in basso.

Attendiamo il completamento della scrittura sulla chiavetta USB.

A questo punto avete finito creando una chiavetta USB avviabile e con il windows 7 pronto all’installazione!

Questa procedura è di sicura riuscita, semplice e abbastanza veloce, ma premetto che per installare un sistema operativo da Chiavetta USB si deve disporre di un computer che accetti l’avvio da tali dispositivi, e che l’immagine del sistema operativo debba essere di fatto un’immagine di cd o dvd avviabile, cioè, non deve essere un sistema operativo di aggiornamento ma di installazione avviabile.

Questa procedura va bene con tutte le versioni si Windows.

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1 UltraISO non è un software free, pertanto scaricare la versione trial che fa comunque a caso nostro.

Il link a tale software è

http://www.xnavigation.net/linkext/4/a1183/l5521.html

Attendere l’apertura della finestra di Download e scaricare.

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Aggiornamento: 25/03/2010

Un ulteriore metodo viene descritto al seguente indirizzo: http://www.tr3ndy.com/2009/12/chiavetta-usb-bootable-installare-windows-da-pen-drive-in-pochi-semplici-passi/

il metodo si basa sempre sull’utilizzo di un software.


Codici a Barre e la loro evoluzione

10/03/2010
Creato da LordTzeentch per MenteDigitale.org – 2009
Concesso a “Il Connettivista”, 10/03/10
Informazioni reperite sulla rete

É da un po’ che penso di scrivere una guida su un argomento che molti potrebbero trovare interessante, l’argomento di cui vorrei trattare, fa, oramai, parte della nostra vita quotidiana, sto parlando dei codici a barre, si proprio codici a barre, oggi come oggi questi codici vengono riportati su qualsiasi oggetto messo in vendita, come ad esempio sul cibo, giornali e comunque su oggetti di varia natura.
Però, anche rischiando di annoiarvi più del dovuto, vorrei prima introdurre questo argomento parlandovi di quando fu inventato il codice a barre e chi fu l’ideatore.
Ci troviamo nel 1948, in quel tempo il presidente di un’azienda del settore alimentare aveva l’esigenza di automatizzare le operazioni di cassa, il problema fu ascoltato da Norman Joseph Woodland e Bernard Silver, all’epoca studenti di ingegneria dell’Università di Drexel, i due ragazzi presero sul serio questa esigenza e da li nacque una prima idea, i codici a barre, e subito fu sviluppata. Questa prima idea consisteva nell’utilizzare il Codice Morse stampato ed esteso in senso verticale, realizzando così barre strette e barre larghe. In seguito utilizzarono dei codici a barre ovali e brevettarono la loro invenzione.
I primi tentativi di riconoscere i codici a barre con un fotomoltiplicatore originariamente utilizzato per la lettura ottica delle bande audio dei film non ebbero successo: l’eccessivo rumore dei dispositivi termoionici, il calore generato dalla lampada utilizzata per l’illuminazione e il peso risultante dall’insieme erano ostacoli insormontabili.
L’idea risultava irriproducibile per le condizioni spiegate in precedenza, ma con l’avvento dei laser, si permise di costruire lettori a prezzi più accessibili e lo sviluppo dei circuiti integrati permise la decodifica vera e propria dei codici. Silver morì nel 1963 a soli 38 anni, prima di vedere le numerose applicazioni pratiche del suo brevetto.

Nel 1972, un grande magazzino di Cincinnati fece degli esperimenti con un lettore con l’aiuto della RCA, ma i codici a barre ovali si macchiavano facilmente o si producevano delle sbavature durante la stampa, per cui l’esperimento fu un insuccesso. Nel frattempo, Woodland sviluppò presso IBM i codici a barre lineari, che furono adottati il 3 aprile 1973 con il nome UPC (Universal Product Code). Il 26 Giugno 1974 presso un supermarket a Troy, nell’Ohio, il primo prodotto (un pacchetto di gomme americane) veniva venduto utilizzando un lettore di codici a barre.

Lettura dei codici a barre
La tipologia dei lettori di codice a barre è andata ampliandosi con l’avvento di nuove tecnologie e con la miniaturizzazione della componentistica elettronica.
Questo è un lettore di codice a barre moderno

Tipo di collegamento

Oltre ai lettori collegati ad un personal computer o ad un registratore di cassa, troviamo dei lettori dotati di memoria e quindi in grado di immagazzinare un certo numero di letture prima che vi sia la necessità di scaricarle utilizzando un’unità base (detta calamaio nel caso delle penne ottiche). Altri lettori sono dotati di un trasmettitore di piccola potenza per comunicare in tempo reale ad un’unità ricevente i dati che vengono letti.

Tecnologia di lettura

La tecnologia prevalente e più affidabile impiega uno o più raggi laser, abbinato di solito ad una testina oscillante e in taluni casi ad un sistema di specchi, al fine di moltiplicare le probabilità che qualsiasi codice stampato su un oggetto venga letto al primo tentativo. Esistono anche dei lettori più economici che utilizzano una barra di LED per illuminare i codici a barre e un sensore CCD (Charged Coupled Device). Si ottengono così dispositivi più leggeri e più resistenti, adatti per scanner da impugnare, che però devono essere portati quasi a contatto con i codici a barre da leggere. Inoltre, in ambito industriale, le ultime tecnologie permettono la lettura del codice a barre tramite l’acquisizione di un’immagine fornita da un sistema video. Questo, tramite l’apposito software, permettono di “fotografare” l’oggetto, riconoscere nella fotografia il codice a barre da leggere e successivamente interpretarlo.

Tipi di codici a barre
Tra i tipi più diffusi in Italia, senz’altro troviamo il codice EAN (European Article Number) che viene utilizzato nella grande distribuzione, seguito dal Farmacode o codice 32 (una rielaborazione matematica del Codice 39), adottato per l’identificazione dei Farmaci e delle specialità vendibili al banco nelle farmacie. Nell’ambito industriale hanno trovato grande diffusione il codice 128, il codice 39 (alfanumerico) e il 2/5 (si legge 2 di 5) interleaved.

La maggior parte dei codici ha un codice di controllo (check digit) che l’unità di lettura è in grado di ricalcolare e verificare per assicurare la corretta lettura e l’integrità dei dati.

Vediamo in dettaglio uno di questi codici a barre.

Prendiamo in considerazione il farmacode (o codice 32), come detto in precedenza, è un codice di identificazione a barre attualmente usato dal Ministero della Sanità italiano per identificare i medicinali.
Esso fa parte della famiglia dei codici a barre ed è composto da un carattere (asterisco *) di start e di stop, ovvero di delimitazione del codice stesso, e da 9 caratteri in base 32 codificati in modo binario. I 9 caratteri in base 32 corrispondono ad altrettanti caratteri in base 10, dei quali il primo carattere è 0 poi seguono 7 caratteri che identificano il prodotto ed infine l’ultimo carattere che rappresenta il codice di controllo (check-digit).
È un codice bidimensionale, ovvero esistono solo 2 spessori (stretto, largo) di barre/spazi. Lo spessore del modulo (ovvero del più piccolo spazio o barra presente nel codice) può essere di 0,250 o 0,254 mm
La codifica in base 32 usa le lettere dell’alfabeto anglosassone (meno A,E,I,O) più 10 numeri decimali (da 0 a 9), ottenendo la corrispondenza con la base 10 tramite una tabella.
Il codice di controllo (check-digit) viene calcolato nel modo seguente:
si usano le prime 8 cifre (in base 10) che chiameremo c1,c2,c3,…,c8
si calcolano i seguenti prodotti:

z1=2*c2

z2=2*c4

z3=2*c6

z4=2*c8

si calcola la somma S1 dei quozienti e dei resti di z1,z2,z3,z4 diviso 10

si calcola la somma S2 delle cifre c1,c3,c5,c7 del codice

si calcola la somma S=S1+S2

si divide S per 10

il codice di controllo (e quindi la nona cifra in base 10 del codice) è il resto della divisione di S per 10

Codice QR

Un Codice QR (in inglese, QR Code) è un codice a matrice (o codice a barre bidimensionale) creato dalla corporation giapponese Denso-Wave nel 1994. Il “QR” deriva da “Quick Response” (Risposta Rapida), poiché il creatore pensava ad un codice che consentisse una rapida decodifica del suo contenuto. I codici QR sono maggiormente comuni in Giappone e sono attualmente il più popolare tipo di codice bidimensionale in quel paese.
Sebbene inizialmente utilizzato per tracciare molti pezzi nella costruzioni di veicoli, i codici QR sono ora utilizzati per la gestione delle scorte in un’ampia varietà di industrie. Più recentemente, sono state sviluppate applicazioni orientate verso la comodità, finalizzate a sollevare l’utente dal noioso compito di inserire dati nel proprio telefono cellulare. Stanno diventando sempre più comuni in magazzini e pubblicità nel Giappone, i codici QR che memorizzano indirizzi e URL. Anche l’aggiunta di codici QR sui biglietti da visita sta diventando comune, semplificando notevolmente il compito di inserire i dettagli personali di una nuova conoscenza nella rubrica del proprio cellulare.
L’immagine del QR di destra, se ripreso con un Telefono dotato di lettore di codici QR, vi porterà alla pagina http://www.mentedigitale.org. Il codice è stato creato con una capacità di correzione errori di livello H (spiegato tra qualche paragrafo).
Beh, se andate sul sito http://www.janones.com.br/portal/index/qrcode/, potete creare i vostri QRCode, ci sono varie opzioni, tra cui quella di creare QRCode come testo, sms, url ecc.
Vi ricordo che quando si immette l’URL si deve omettere la parte dell’ HTTP://, cioè nell’indirizzo http://www.mentedigitale.org, quando viene immesso nel campo, si deve solamente scrivere www.mentedigitale.org, il motivo è semplice, al momento della codifica verrà automaticamente aggiunto Http://, infatti se andate nella sezione lettura codice, quando si decodifica, vedrete che l’URL è comprensivo di http://
Poi potete creare anche delle Vcard, prorpio dei biglietti da visita da utilizzare con i cellulari, per permettere alla persona che effettua lo shot di memorizzare i vostri dati nella rublica, i campi comprendono varie informazioni, ad esempio, teniamo in considerazione i seguenti dati:

Nome: LordTzeentch
Occupazione: Programmatore
Impresa: il risultato è il seguente ===>
Indirizzo:
Telefono: 3471234567
Email: Virtualprogram@hotmail.com
Web: www.mentedigitale.org

eh si, è tutto dentro questo piccolo codice… l’indirizzo per la creazione delle Vcard è il seguente:
http://qr.treelogic.com/esp/vcard_info.html
Comunque torniamo a noi…
Lo standard giapponese per i codici QR, JIS X 0510, è stato rilasciato nel gennaio del 1999 e un corrispondente Standard Internazionale ISO, ISO/IEC 18004, è stato approvato nel giugno del 2000.
“Il codice QR è aperto nel senso che è rivelata la sua specifica e che il diritto di brevetto posseduto da Denso Wave non è esercitato.” — dal sito di Denso-Wave.

Capacità dati del codice QR
Solo Numerico Max 7.089 caratteri
Alfanumerico Max 4.296 caratteri
Binario (8 bit) Max 2.953 byte
Kanji/Kana Max 1.817 caratteri

Capacità di correzione degli errori
Livello L 7% delle parole in codice può essere ripristinato.
Livello M 15% delle parole in codice può essere ripristinato.
Livello Q 25% delle parole in codice può essere ripristinato.
Livello H 30% delle parole in codice può essere ripristinato.

I codici QR usano la correzione degli errori Reed-Solomon.

Micro QR Code
Il Micro QR Code è una versione ridotta dello standard codice QR per applicazioni con minore abilità di gestire grandi scansioni.

Ci sono anche diverse forme di Micro QR Code. La più alta di queste può contenere 25 caratteri.

Grafica QR

un’interessante opzione è quella della grafica, la grafica QR rende possibile incorporare immagini appariscenti di loghi, caratteri e foto all’interno del codice QR durante il calcolo e senza perdere alcuna informazione del codice.
Di seguito qualche esempio…
per riprodurre un QRCode come il secondo e il terzo esempio, potete scaricare liberamente un file java da questo indirizzo:
http://www.jaxo-systems.com/barshow/barshow.jar
con il software potrete creare molti tipi di Codici a barre sia a barre lineari che bidimensionali.

PM Codes

I QR code non sono però l’ultima frontiera in quanto a codici grafici, la ricerca da questo punto di vista sta tirando fuori altri codici con molta più capacità di immagazzinamento dati.
Accanto possiamo vedere un esempio di codice PM:
funziona come un codice QR che però utilizza altri colori oltre al bianco e nero, permettendo quindi di immagazzinare moltissime più informazioni. Mentre un codice QR di norma può immagazzinare circa 78KB di dati, un codice PM delle stesse dimensioni a 24 colori può immagazzinare 1.8MB, all’incirca come se fosse un floppy disk stampabile su carta. Mentre uno un po’ più grande a 256 colori può contenere 1.256GB!!

Ma non finisce qui, continuate a leggere perché le cose si fanno interessanti.

HCCB

Gli High Capacity Color Barcode (HCCB) sviluppati dalla Microsoft:
Anche qui si usano i colori ma invece dei puntini ci sono dei triangoli senza nessuno spazio tra loro, il codice funziona tramite la letture delle sequenze di colori ed ha il vantaggio di poter essere letto facilmente anche se l’immagine ad esempio non è messa perfettamente a fuoco dal vostro cellulare, in più può essere molto più piccolo degli altri, permettendo quindi di contenere più informazioni nello stesso spazio di un codice QR.
La ricerca in questo campo comunque va avanti, le possibilità sono infinite, i dati sono dati, quindi è possibile immagazzinare qualsiasi cosa con questi sistemi, pensate ad un film stampato su un pezzo di carta. O il backup del vostro Hard Disk su un immagine A4.

Rainbow Technology
A questo proposito Sainul Abideen, uno studente della Muslim Educational Society Engineering College a Kuttipuram, ha sviluppato la Rainbow Technology:

Un sistema che utilizza forme geometriche e colori e che dichiara di poter immagazzinare (udite udite!) 256GB di dati su un singolo foglio A4, inoltre tali dati sarebbero leggibili da un qualsiasi scanner casalingo. Questa tecnologia è ancora in via di sviluppo, ma Sainul prevede anche di creare dei Rainbow Versatile Disks (RVDs) con una capacità da 90 a 450GB.

L’RVD (Rainbow Versatile Disc) permette di immagazzinare, quindi, fino a 450GB di dati codificati su un foglio di carta in formato A4. Sembra incredibile, ma è la pura verità. Per l’evento, Sainul, ha presentato la sua idea tramite un esperimento durato circa 45 secondi che ha dimostrato la possibilità di codificare un film su un foglio di carta, utilizza per tale scopo una speciale procedura di scansione e stampa e permette di salvare su un pezzo cartaceo una quantità di dati enorme. La trovata, oltre che essere suggestiva, si dimostra interessante in primo luogo per la sua praticità (estendendo il progetto ad altre applicazioni potrebbe divenire possibile contenere un numero infinito di informazioni in uno spazio ridottissimo) ma anche e soprattutto per la sua economicità, nel momento che i costi di produzione di questa soluzione si aggirano intorno a un decimo di quelli necessari per i tradizionali CD e DVD. Una cosa del genere, se portata dunque a termine, significherebbe una rivoluzione globale del mondo dell’informatica e dell’intrattenimento generale, e potrebbe tranquillamente spazzare via qualunque tipo di supporto di lettura attualmente qualificato. In attesa di avere altre informazioni, incrociamo le dita perchè una così bella idea non resti appunto tale e venga presto progettata su vasta scala.


fusione nucleare

07/03/2010

novità interessante, in attesa di farne un articolo approfondito segnalo il link di un articolo in lingua inglese dove spiega nei dettagli la questione!

journal of nuclear physics


BioDiesel tutto quello che non dovete sapere. PARTE 1

05/03/2010

BioDiesel, è una parola che sta ad indicare il Diesel di origine non minerale, quindi non di origine fossile, ma appunto è di origine Biologica.

La materia del biodiesel mi ha toccato da vicino quando un anno e mezzo fa, i prezzi del diesel stavano lievitando in italia fino ad arrivare a livelli incredibili, molti ricorderanno 1,60 € o 1,55 € al litro.

Ebbene in quel periodo mi sono iniziato a documentare sui Biocarburanti e sulle tante “ricette” che gente piu o meno esperta, diceva di eseguire per crearsi il proprio carburante.

Oggi voglio condividere liberamente quanto da me appreso in questi anni.

VOGLIO SOTTOLINEARE CHE QUESTA GUIDA NON INCORAGGIA ALCUN TIPO DI COMPORTAMENTO ED E’ A SOLO SCOPO INFORMATIVO.

Innanzitutto prima di arrivare al piatto forte, vorrei sfatare alcuni miti, in certi casi propagandati anche dai media qui sotto una selezione importante :

1) Mettere olio puro e/o esausto direttamente nel serbatoio equivale ad un suicidio (ad eccezzione di in un solo caso che esporremo poi).

2) Non è vero che il BioDiesel danneggia il motore, anzi essendo piu raffinato, permette a quest’ultimo di non usurarsi troppo con l’uso.

3) Non è vero che il BioDiesel inquina piu del Diesel minerale, questa menzogna perpetrata da ogni media non ha fondamento scientifico di alcun genere, anzi si hanno riduzioni dell’inquinamento oltre l’80% in rapporto al Diesel minerale.

4) Prodursi BioDiesel non richiede necessariamente conoscienze di chimica, tuttavia non è cosa da farsi alla leggera senza prendere precauzioni.

5) Produrre BioDiesel non significa non fare piu rifornimento dai distributori.

6) L’olio di oliva, per sua natura, ma anche per costo non è indicato per la produzione di BioDiesel.

7) Il Biodiesel usato come combustibile non rilascia alcun tipo di odore, ben diverso è il risultato se viene usato olio puro.

Come dicevo prima, mi sono avvicinato a questo mondo in funzione di accrescere la mia cultura su questo argomento perchè ad un certo punto ne ho ravvisato quasi una necessità.

Quello che si deve sapere è che i motori Diesel, sono nati e sono stati concepiti per funzionare con la combustione di olio, il creatore di questi motori fu Rudolf Diesel, da cui prese appunto il nome il motore.

Occorre fare una distinzione tra 2 modelli di motore diesel oggi in circolazione, ci sono modelli di motori diesel “vecchia generazione” e “nuova generazione”.

Cosa intendiamo per motori Diesel “vecchia generazione”?

Si intendono tutti i motori precendenti all’introduzione delle tecnologia “common rail”, ovviamente per quelli successivi parleremo di nuova generazione.

Questa distinzione la si fa perchè in quelli di vecchia generazione, era possibile fare miscele tra olio puro o esausto (adeguatamente microfiltrato) e Diesel minerale molto vantaggiose, del tipo si poteva riempire il serbatoio per un 80% di olio e il riestante di Diesel minerale.

Nei motori di nuova generazione questo non è piu possibile, o meglio è possibile per percentuali molto basse ravvicinabili al massimo 10% di olio e il restante di diesel minerale, percentuali maggiori hanno avuto sempre effetti deleteri nel corso del tempo, perchè i motori di nuova generazione non reggono la pressione generata dall’olio puro, con conseguente rottura in molti casi della pompa del gasolio.

Dopo questo piccolo (?!) preambolo, veniamo a noi su come si genera un litro sperimentale di BioDiesel.

Dovete munirvi di :

1 litro di olio da frittura di qualsiasi genere NUOVO (tranne che d’oliva)

200 ml di metanolo

3,5g di soda caustica

1 bottiglia di plastica di almeno 2 lt.

Innanzitutto vanno sciolti i 3,5g di soda caustica nel metanolo, nel fare questo utilizzare una mascherina contro i fumi, perchè il metanolo è una sostanza molto volatile e dannosa per la salute.

Scaldare l’olio portandolo ad una temperatura che varia dai 45° fino ad un massimo di 65° (non andate mai oltre questa temperatura).

Una volta portato a questa temperatura, versateci sopra il metanolo, poi prendete una bottiglia di plastica vuota e versateci dentro tutto il composto, noterete che è in corso una reazione chimica.

Chiudete la bottiglia e agitatela per 10-15 secondi, poi appoggiatela su una superficie qualsiasi.

Noterete che la reazione chimica sta creando 2 sostanze eterogee fra di loro, una sul fondo molto scura e una chiarissima sopra.

Bene, questo vuol dire che l’esperimento è riuscito, la parte scura sotto è la glicerina, la reazione infatti separa la glicerina che è nelle molecole dell’olio e la sostituisce con il metanolo.

La parte chiara sopra è gia BioDiesel ma ancora da lavorare.

Dopo circa 2 ore, i 2 liquidi saranno separati perfettamente, gettate la glicerina (non è un materiale inquinante, bensi può essere usato anche come fertilizzante) e tenete ovviamente il BioDiesel.

Ora dovrete pulire il vostro BioDiesel, questo perchè potrebbero essere rimaste delle piccole particelle di metanolo e di soda caustica che se immesse direttamente nel motore non farebbero sicuramente bene.

Come facciamo a pulirlo?

Esistono vari metodi, uno poco costoso e immediato è quello di utilizzare acqua salata, per cui scalderemo un pò di acqua e vi ci scioglieremo del sale, prenderemopoi il biodiesel e lo metteremo in un contenitore trasparente e ci verseremo sopra l’acqua salata.

Ora vedremo che ovviamente l’acqua andrà in fondo e il biodiesel piu leggero rimarrà sopra..l’acqua non avrà un colore cristallino, questo proprio perchè il biodiesel era “sporco” quindi butteremo via l’acqua e ripeteremo il lavaggio fino a che l’acqua sul fondo non sarà perfettamente trasparente.

A questo punto?

A questo punto ci sarebbero 2 soluzioni, o metttere il BioDiesel direttamente nell’auto o fare qualcosa che per sicurezza io reputo migliore e cioè scaldarlo fino a raggiungere i 100°, questo per dare la possibilità all’acqua residura di evaporare lasciandoci il nostro biodiesel purissimo.

Questa guida riguarda solamente il BioDiesel fatto da olio da frittura NUOVO, un pò piu articolato, ma molto piu conveniente è quello che viene dagli olii esausti, e questo verrà spiegato nella seconda parte.

Per ora è tutto.

Grazie.

ATTENZIONE : CREARE BIODIESEL NON E’ ILLEGALE, IN MOLTI PAESI EUROPEI SE NE PUO’ PRODURRE UNA CERTA QUANTITA’ ALL’ANNO PER ALIMENTARE LA PROPRIA AUTO, NON E’ LEGALE ALIMENTARE LA PROPRIA AUTO CON IL BIODIESEL FATTO IN CASA IN ITALIA, L’ ARTICOLO E’ A PURO SCOPO INFORMATIVO.

David R.


Gruppo facebook

04/03/2010

È stato appena aperto a ulteriore sostegno de “Il Connettivista” un gruppo facebook a esso ispirato, raggiungibile al seguente collegamento


A A A Cercasi Redattori

03/03/2010

sei un un appassionato e un esperto di qualche campo dell’umana conoscenza?

condividi uno sano spirito connettivista?

quando incominci a parlare la gente fugge perchè  ammorbata dai tuoi deliri?

bene! noi cerchiamo proprio gente come te!

manda un anticipo della tua linea di pensiero per farci capire che ruolo potresti avere ne “Il Connettivista”

email:  ilconnettivista@gmail.com


il connettivista

03/03/2010

Salve a tutti! Questo è il primo di una “speriamo” lunga serie di articoli per questa nuova avventura, sperando che il nostro lavoro e la vostra partecipazione attiva possa condurci tutti verso un percorso costruttivo di crescita ed approfondimento.

Da dove nasce il connettivista? è tanto tempo che mi considero un connettivista, da quando molti anni fa lessi un libro crociera nell’infinito di Alfred Elton Van Vogt. Per me il libro in questione fu folgorante lasciando una grossa traccia sul mio immaginario, questa consapevolezza unita allo studio e la curiosità verso tutti quegli aspetti che mi portavano a capire come funzionano le cose e gli altri aspetti del mondo nei dettagli, con una fame di conoscenza e conseguente voglia di sperimentare che non si sopisce mai, creando un certo modo di approcciarsi a tutti questi aspetti che io definisco come connettivismo pragmatico o connettivismo reale.

Il connettivismo che proponiamo noi ha pochi punti in contatto con l’omonimo movimento letterario , che fra i suoi esponenti vanta Giovanni De Matteo, Sandro Battisti e Marco Milani, o perlomeno la mia attuale ignoranza riguardo questo argomento (a parte una superficiale infarinatura sul movimento letterario come averne letto il manifesto,aver letto qualche opera di Giovanni De Matteo e di tanto in tanto seguirne il blog) non mi consente di fare collegamenti significativi.

Tornando all’argomento principale, che cos’è un connettivista? innanzi tutto diamo una definizione in modo che vi possiate fare un idea superficiale su cosa noi intendiamo come connettivista: Il termine connettivismo (in inglese nexialism) venne introdotto nella fantascienza dallo scrittore canadese Alfred Elton van Vogt nella sua serie di racconti raccolti nel libro Crociera nell’infinito per indicare una immaginaria dottrina. La teoria di van Vogt parte dall’assunto che, avendo ogni singola disciplina raggiunto livelli di specializzazione elevatissimi, sia necessaria una nuova scienza capace di ristabilire le connessioni tra le competenze e le conoscenze di una disciplina e l’altra. Chi si occupa di ciò è definibile come connettivista. (link) ); oppure: Il connettivismo è una disciplina che mira a costituire una visione unica ed integrata, un olismo piuttosto che un riduzionismo, un punto di vista globale piuttosto che specifico. Questo non significa che un connettivista sia un tuttologo: lo scienziato connettivista è esperto dei vari rami della scienza quasi come uno specialista ma aggiunge ai singoli punti di vista una capacità di visione generale del problema(link ).

Quali sono gli scopi della rivista? Il connettivista ha molteplici obbiettivi: se da un lato proponiamo articoli di carattere conoscitivo come spiegare nei dettagli come funzionano le cose e gli aspetti di questo mondo, se possibile spiegare nei minimi risultati come riprodurre il risultato in casa,divulgazione scientifica, proporre articoli di carattere connettivista e interdisciplinario nel modo più ampio ed aperto possibile, dall’altro ci proponiamo come aggregante per tutte quelle persone che condividono uno spirito connettivista, creando una comunità la quale uno dei suoi punti di forza sia la partecipazione attiva dei membri di questa comunità.

Noi nel nostro piccolo e in piena umiltà crediamo che questo possa essere l’inizio di una grande avventura, l’unica cosa che chiediamo è una partecipazione attiva e sincera di chi ci vorrà seguire in tutto questo, facendoci da consiglieri, da critici in pieno spirito di collaborazione ed amicizia.

Cripto

(a nome di tutta la redazione del “il connettivista”)


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